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Claudia Segre: «I bilanci di genere o di sostenibilità accelerano la spinta all’uguaglianza»

di Federica Biffi
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L’indipendenza economica è parte attiva del processo che conduce la nostra società – e le organizzazioni – verso la parità di genere. Lo spiega Claudia Segre, Presidente e Fondatrice di Global Thinking Foundation.

 

Senza un lavoro o dipendenti dal partner. Ancora molte donne in Italia non gestiscono le finanze in modo autonomo. Sebbene sia un fenomeno sommerso e ancora poco trattato, è un tema che gli esperti denotano come violenza economica, strettamente collegata ad altri tipi di abusi. Talvolta è poco riconosciuta anche da chi la subisce, a causa di comportamenti ancora oggi culturalmente giustificati (come il fatto che sia l’uomo più incline a detenere il controllo economico). Secondo i dati della survey “La violenza economica di genere in Italia realizzata da Global Thinking Foundation e Roba da Donne da giugno 2023 a ottobre 2023, per un totale di 1396 risposte effettive (tra cui 1365 donne, 21 uomini, 10 genere non binario/altro), il 68,8% delle donne intervistate si dichiara economicamente indipendente, a fronte di un 31,2% che dipende da partner o altro familiare.

La responsabilità sociale deve essere condivisa

Sempre secondo l’analisi, il 58% ha un conto corrente intestato personale e il 12,9% ne ha solo uno intestato con il partner (11,6%) o altro familiare, e il 4,8 non ne ha uno, neppure cointestato. Quindi, il 17,7% non ha un conto personale intestato che è un dato migliore rispetto ai dati Episteme del 2017 fermi al 37%. Ma è proprio tornando su quel 31,2% di donne che dipende dal partner e rischia l’esclusione sociale e finanziaria che occorre ragionare, ricordando che in Italia solo il 53% delle donne lavora (rispetto a una media europea vicina al 70%).

In questo scenario, le aziende devono agire in una logica di responsabilità sociale condivisa, garantendo un welfare che risponda a direttive comunitarie, impegnandosi altresì nella parità salariale e nel garantire le opportunità di carriera. L’obiettivo è quello di permettere al nostro Paese di ridimensionare i differenziali di genere evidenziati dal Global Gender Gap Report 2023 – che hanno visto l’Italia perdere posizioni rispetto gli ultimi anni – e per raggiungere il Goal 5 dell’Agenda 2030 relativo alla Parità di Genere.

Parlare di sostenibilità vuol dire anche prendersi questo impegno e utilizzare un approccio sistemico per sradicare atteggiamenti culturali strutturali. Abbiamo chiesto a Claudia Segre, Presidente e Fondatrice di Global Thinking Foundation, di approfondire alcuni aspetti del tema.

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Perché è importante che una donna sia indipendente economicamente? Come si inserisce questo aspetto nel contesto della disparità di genere?

Dalla nostra recente indagine “La violenza economica di genere in Italia emerge l’evidenza di una difficoltà per le donne a essere indipendenti economicamente, essendo ancora legate a livello finanziario al partner. Un’inferiore partecipazione al mondo del lavoro e una serie di differenziali, che vanno da quello salariale a quello – di conseguenza – pensionistico, e che poi diventa in termini di tutela assicurativa anche un limite, fanno parte di un percorso economico femminile che risulta ancora oggi molto difficoltoso; questo crea ansie e difficoltà da parte delle donne, soprattutto quando è inficiato da questioni di violenza che incidono – soprattutto, nel caso di quella economica, sulla possibilità di essere libere di fare scelte consapevoli nella loro vita sociale e finanziaria.

In che modo la violenza è legata alla questione economica?

Avendo meno accesso alle risorse economiche – solo il 53% delle donne in Italia lavora rispetto a una media europea a ridosso del 70% – vuol dire avere meno risorse proprie da gestire, meno opportunità di confrontarsi con competenze legate alla gestione finanziaria che, normalmente si acquisiscono lavorando, ma soprattutto essere vittime di un retaggio culturale che relega le donne a limitarsi di controllare solo le questioni ordinarie familiari. Questa cultura, che porta la maggior parte di loro a non intervenire su aspetti straordinari (come l’ambito degli investimenti, del futuro di figli e figlie in termini di studi) fa sì che siano escluse da una piena partecipazione economica e sociale.

A ciò si aggiunge il peso dell’economia di cura. È vero che riscontriamo sempre più un adeguamento del work-life balance, ma questo ancora non aiuta sufficientemente a riequilibrare i carichi del lavoro domestico. Si tratta di un insieme di problematiche sociali e culturali che condiziona l’uguaglianza economica, che invece in altri Paesi è sostenuta anche da norme legislative: mi riferisco al caso della Francia, dove esiste una legge che regola la partecipazione egualitaria all’economia e a quella spagnola sui permessi genitoriali paritari a 16 settimane.

Vuole approfondire la legge francese che ha citato?

Faccio un esempio eclatante a riguardo: il fatto di versare i soldi dello stipendio obbligatoriamente sul conto corrente della lavoratrice e non, come avviene in Italia, in un conto indipendentemente da chi sia il proprietario. Il paradigma presente nel nostro Paese toglie alla donna la presa in carico di una precisa responsabilità nei confronti della gestione delle proprie risorse economiche, a prescindere poi dall’avere (anche) un conto condiviso. Se si parte da sé stessi, si ha più possibilità di farsi domande e soprattutto di informarsi e formarsi su una questione che per molte donne sembra ostica (ma che in realtà non lo è).

Ci racconta del progetto Donne al quadrato?

Donne al quadrato è un progetto di formazione che si sviluppa in quattro moduli: un primo modulo di educazione finanziaria di base; uno di educazione finanziaria avanzata, dove si parla di investimenti; un modulo per startupper e imprenditrici al femminile sulle competenze digitali e imprenditoriali; un modulo sull’orientamento, soprattutto per le neolavoratrici e le donne che rientrano nel mondo del lavoro. Sono moduli formativi gratuiti a cui hanno partecipato in cinque anni più di 10mila iscritte, per il 95% dei casi donne; una progettualità che si affianca a un’attività di sportello offerta grazie al supporto delle nostre volontarie che lavorano sul territorio. Questo insieme di formazione, ascolto e affiancamento serve proprio a favorire l’inclusione finanziaria che è fondamentale nel mondo femminile.

Quali sono gli obiettivi del percorso?

Gli obiettivi sono quelli di ridurre i differenziali di genere che caratterizzano il nostro Paese, aumentare la partecipazione economica delle donne e, soprattutto, cercare una conciliazione nella cultura finanziaria all’interno delle famiglie; questo non riguarda solo la gestione lavoro-famiglia, ma vuole fare leva anche sul rivedere all’interno delle famiglie il concetto di denaro, sottolineando il suo aspetto valoriale della vita di ogni individuo. Infatti, come si evince dalla nostra indagine, in famiglia si parla poco di denaro e ancora si escludono in parte ragazzi e ragazze che, invece, sono in contatto con il digitale (che permette spese più “facili”).

Cosa possono fare le aziende per contribuire a ridurre il gap? Per esempio, uno strumento è quello della certificazione di genere

Assolutamente, è proprio questo il punto; bisogna andare nella direzione di una piena applicazione della direttiva comunitaria sulla responsabilità sociale delle imprese (la CSRD, Corporate Sustainability Reporting Directive). Partendo dalla certificazione di genere, le aziende devono impegnarsi nei confronti di un bilancio di sostenibilità o di genere; in questo modo, contribuiscono ad accelerare la spinta all’uguaglianza di genere. Molte imprese, in questo momento, stanno riprendendo il discorso dei permessi genitoriali ugualitari e di un welfare sociale coerente con le istanze di sostenibilità, aspetto che si ritrova proprio nelle certificazioni. Non possiamo parlare di sostenibilità, di Agenda 2030, di obiettivi sostenibili, se non partiamo da un punto nodale: quello della parità di accesso. Da una prospettiva di uguaglianza salariale, di carriera, di opportunità e di welfare sociale, che vada incontro maggiormente alle esigenze delle donne.

Qual è la situazione attuale in generale relativamente alla condizione delle donne secondo le vostre ricerche?

Ultimamente ci siamo occupati di altri aspetti che coinvolgono la violenza sulle donne e che riguardano le dipendenze comportamentali, come il trading speculativo, lo shopping compulsivo, il gioco d’azzardo; è un terreno ancora inesplorato ma che si traduce – soprattutto a causa dell’esclusione finanziaria e di alcuni rapporti tossici in cui la donna non ha accesso alle risorse economiche – in derive e ricerche di soddisfazione personali che possono diventare dei boomerang. Questi atteggiamenti sono in aumento (abbiamo svolto un convegno il 30 ottobre 2023  in cui ne abbiamo parlato): l’uso del digitale, per esempio, se non è ben gestito, può comportare delle dipendenze, in particolare se c’è una situazione di violenza domestica.

Una presa di coscienza rispetto le finanze aiuta l’empowerment femminile?

Assolutamente, un empowerment che più che potere si traduce in energia positiva, di rigenerazione, costruzione, partecipazione; non vuole essere un dominio l’uno sull’altro, ma una condivisione di un percorso tra pari per il bene comune.

 

Federica Biffi

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