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Lavoro, equità, inclusione: come stanno oggi le donne che lavorano?

di Veronica Rossetti
cover -Survey LEI
La recente Survey “L.E.I. Lavoro, Equità, Inclusione” mostra un preoccupante aumento degli atti discriminatori sul posto di lavoro, e che c’è ancora molto lavoro da fare per garantire un ambiente lavorativo equo e inclusivo per tutte.

 

Il 40% delle donne ha dichiarato di aver subito contatti fisici indesiderati sul luogo di lavoro, con un aumento dell’81% rispetto al dato rilevato lo scorso anno (22%). 7 lavoratrici su 10 hanno ricevuto complimenti e allusioni sul proprio corpo che le hanno messe a disagio. Inoltre il 43% ha subito avances esplicite indesiderate e il 27% ha avuto veri e proprie richieste o comportamenti di natura sessuale non graditi o non sollecitati. Non stiamo parlando di cinquant’anni fa, ma del 2024. Nonostante i progressi degli ultimi decenni verso una reale parità di genere, infatti, ancora oggi le donne continuano a essere vittime di disparità salariale, discriminazione nella promozione e molestie sul luogo di lavoro. L’ultima ricerca a evidenziarlo è stata la Survey “L.E.I. Lavoro, Equità, Inclusione”, realizzata da Fondazione Libellula, il primo network di aziende unite contro la violenza sulle donne. L’intento di questo studio aggiornato al 2024 è quello di portare alla luce le discriminazioni, le molestie e gli stereotipi ancora esistenti nel mondo del lavoro, ma spesso taciuti. 

Chi ha risposto al questionario

La Survey ha raccolto le risposte ad un questionario anonimo veicolato attraverso i canali della Fondazione, coinvolgendo anche aziende aderenti al network di riferimento e non solo. Si è focalizzata su diverse aree di interesse: esperienza di stereotipi, discriminazioni, molestie sul lavoro, motivazioni, rapporto con il denaro, gestione del tempo tra lavoro retribuito e non, percezione del proprio contesto professionale rispetto all’equità di genere.

Il totale delle risposte raccolte è di 11.201 donne. il 43% di loro sono lavoratrici tra i 45 ei 60 anni, seguito dal 41% nella fascia d’età tra i 30 e i 40 anni. Una quota pari all’11% rappresenta le giovani lavoratrici dai 18 ai 29 anni, mentre il restante 5% supera i 60 anni. Quando si tratta di impiego, la maggioranza delle partecipanti (il 67%) sono dipendenti a tempo pieno, seguite da lavoratrici part-time (13,1%), autonome (9,9%) e saltuarie (2,7%). È significativo notare che il 59% di loro sono impiegate, mentre il 17% ricopre ruoli manageriali o dirigenziali. Le operaie costituiscono il 3%, mentre le stagiste o tirocinanti rappresentano solo l’1%. Esaminando le aree geografiche, emerge chiaramente che la maggior parte delle risposte proviene dal Nord Ovest, con il 49% circa, seguito dal Nord Est (18,1%), Centro (17,9%) e infine Sud/Isole (14,8%). Infine, riguardo alla vita personale, la stragrande maggioranza (pari al 67,8%) ha un partner con cui convive e il 52% ha figli, sottolineando così la significativa presenza di donne che hanno sia una carriera sia una famiglia.


Stereotipi, discriminazioni e molestie riguardano carriera, aspetto e assertività

L’indagine si è posta come ulteriore obiettivo di indagare l’esperienza e la frequenza di situazioni di discriminazione di genere in contesti nei quali questi comportamenti possono emergere più facilmente. Quindi, per esempio, questioni di carriera e potere, linguaggio molesto, contesti di genitorialità e caregiving, competenze e ruoli assegnati. Se si analizza la macroarea “carriera e potere”, ecco che l’82% delle intervistate afferma di vedere il collega uomo crescere professionalmente in modo più veloce, mentre quasi il 60% riceve una retribuzione inferiore al collega di sesso maschile a parità di ruolo, anzianità di servizio e responsabilità. Entrando poi nel merito del linguaggio, 1 donna su 2 viene interrotta frequentemente o meno ascoltata del collega uomo durante una riunione o un confronto, mentre 6 su 10 non vengono chiamate col titolo professionale ma “signora/signorina/ragazza”.

Tutto questo può avere un impatto rilevante sotto il profilo psicologico sia dal punto di vista del benessere che della sicurezza percepita tanto che il 64% cambia il proprio abbigliamento per sentirsi più sicura di sé. E se una donna è ambiziosa o assertiva? Nel 65% dei casi viene valutata come “aggressiva”.

Maternità e caregiving: la cura dei figli è ancora lasciata alle sole donne

La maternità dovrebbe essere una scelta vissuta con serenità rispetto anche alle tutele previste dalla Legge (D.Lgs n. 151 26 marzo 2001, aggiornato dalla Legge n. 197 del 29 dicembre 2022) e invece l’indagine rivela che il 75% delle partecipanti al sondaggio ha visto rallentare il proprio percorso di crescita personale a causa della maternità, mentre 7 donne su 10 hanno sentito allusioni e commenti negativi in azienda rispetto alle conseguenze “negative” della maternità per un’azienda.

interna -Survey LEI

Photo: Canva / Rattanakun

In sostanza, la genitorialità e il caregiving vengono vissute spesso con difficoltà, imbarazzo se non addirittura viste come un ostacolo verso potenziali percorsi di crescita a medio e lungo periodo: se si sceglie di diventare madri si deve poi essere disposte a pagare un pegno in termini di ambizioni, crescita e realizzazione. Quando poi si diventa madri, la gestione e la cura dei figli è ancora nel 51,2% dei casi a carico della madre a fronte di un 37,7% che dichiara una gestione equilibrata dei figli in base alle esigenze. Tutto questo si traduce in poco tempo dedicato a se stesse e a attività che possano migliorare la qualità della vita.

Il gender pay gap viene affrontato?

Nonostante ci sia molta strada ancora da percorrere alcuni segnali positivi arrivano in particolare per quanto riguarda la gestione delle finanze, che è autonoma per il 92% del campione intervistato che dichiara, al contempo, di possedere un conto corrente a sé intestato (82%).

A lavoro, però, la metà delle rispondenti non ha mai richiesto un aumento di stipendio perché il 34% ritiene che sia l’azienda a dover fare queste proposte, senza dover chiedere. Il 31% afferma che non è stato necessario chiedere perché l’azienda è stata proattiva, il 23% non ama fare questo genere di richieste, l’11% asserisce che una richiesta sarebbe stata valutata negativamente, e il 2% non crede di meritarselo, che è un pensiero molto grave per tutta l’organizzazione. 

 

Veronica Rossetti

Photo cover: cover: Pexels / Olia Danilevich 

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