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Fabiana Andreani: «Innovazione e orientamento sono il futuro delle Risorse Umane»

di Jessica Vengust
COVER ANDREANI
Una career mentor e consulente di orientamento spiega come la comunicazione digitale ha trasformato la sua professione e perché l’orientamento è cruciale nel mercato del lavoro odierno. Andreani discute anche l’impatto della pandemia e offre preziosi consigli ai giovani professionisti delle risorse umane.

 

Fabiana Andreani, originaria dell’Umbria ma con il Giappone nel cuore, è una career mentor, consulente di orientamento e content creator conosciuta come @fabianamanager. In questa intervista condivide la sua visione sul cambiamento delle risorse umane e come le nuove generazioni stanno trasformando il mondo del lavoro.

Come è diventata @fabianamanager? E in che modo la comunicazione digitale ha cambiato la sua professione?

Sono nata in Umbria, figlia unica. Mio padre faceva l’artigiano mia madre lavorava in azienda, mentre io avevo voglia di uscire da quel contesto bellissimo ma troppo tranquillo. Quindi ho cercato con tutte le mie forze di crearmi una mia strada, pur non avendo appigli con il mondo del lavoro. Il fil rouge l’ho trovato e nella prima fase della mia vita ho cercato di aggrapparmi a quello che mi piaceva, come la lingua giapponese che ho studiato fino al dottorato. Nella seconda parte della mia vita spero invece di dare un impatto sociale con il mio lavoro nelle Risorse Umane: voglio veramente cambiare in piccolo la vita delle persone, aiutandole.

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Ho avuto la fortuna (forse) di entrare nel mondo della formazione e dell’orientamento in strutture di elevatissima qualità, come alcune business school per le quali ho lavorato a partire dal 2011. Ho avuto la possibilità di entrare a contatto con grandi multinazionali, occuparmi del placement di talenti che entravano in questi master, e avere quindi uno spaccato su quelle che erano le tendenze di ricerca dei nuovi profili da parte delle aziende. A volte anche scontrandomi con le loro richieste. Allo stesso modo i master che ho curato erano sempre in ambito marketing e comunicazione, quindi volente o nolente ho fatto anche una formazione in tal senso. È come se nel digitale avessi trovato un mio personale canale dove poter far passare i miei messaggi, e finalmente dare un impatto sociale alla mia professione.

Perché si parla ancora poco di orientamento nel nostro Paese?

Me lo chiedo anch’io. È una delle grandi mancanze dell’Italia, perché quando siamo a scuola l’orientamento è messo in mano a figure poco specializzate. In realtà l’orientamento non è qualcosa che avviene solo una volta nella vita (per esempio alla fine delle scuole medie o delle superiori), ma ce n’è bisogno sempre, soprattutto perché la vita si è prolungata, anche quella lavorativa. Il lavoro ha cambiato forma e significato. Quello che sto vedendo ultimamente è infatti che le persone hanno un’attitudine diversa alla ricerca del lavoro, e la ricerca dei talenti si sta spostando da un contesto dove si cercava il voto di laurea o il titolo di studio a una situazione dove le competenze sono più cruciali.

In un post di Instagram di qualche tempo fa ha scritto ironicamente che la generazione Z ha messo in ginocchio gli HR. Come è cambiato l’approccio al lavoro delle nuove generazioni?

È cambiato in meglio. Nel senso la generazione Z mi ha dato veramente una grandissima sferzata di fiducia nel mondo. A me è stato detto da subito “il lavoro è fatica, non è divertimento”, sono cresciuta con questa idea di performare per avere il mio posto nel mondo, quindi anche mettere a patti quella che poteva essere una realizzazione personale con il fatto che comunque il lavoro non era piacevole. In realtà la generazione Z, che è cresciuta nel nell’incertezza, ha messo subito le cose a posto dicendo che il lavoro è uno delle tante dimensioni della vita, non l’unico aspetto. Ovviamente lo prendono seriamente, però decidono loro come gestire i pesi e le misure. Quindi vedo dei ragazzi che sono molto interessati ad avere dei lavori dove poter avere uno spazio, un impatto, una formazione costante. E sono meno attratti da quelle “parole promozionali” tipo “leader di mercato”, “multinazionale corporate”, o il job title che invece alla mia generazione X faceva tanto gola. Semplicemente i giovani oggi perché sono persone che scelgono, che vivono il lavoro come qualcosa che può essere scelto in autonomia, come una delle tante parti della propria vita. E soprattutto rinunciano anche a dei lavori che non sono più in linea con i propri valori.

Quindi come si stanno comportando le aziende?

Dipende dal ruolo, per esempio la consulenza fa molta leva sulla flessibilità, mentre ruoli meno specialistici o più tecnici, che magari sono anche fisici, puntano più su bonus, retribuzione, welfare o crescita anche a livello appunto manageriale.

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Lei ha pubblicato “Lavorare alla grande” con Gribaudo. Da dove nasce l’idea del libro?

Da un lato quando inizi ad avere un discreto seguito sui social (il mio account Instagram ha quasi 270mila follower) le case editrici ti cercano perché comunque sanno che hai una “fanbase”. Dall’altra l’ho scritto anche per raccogliere tutti quei consigli che dal 2020 avevo iniziato a dare, quindi è una sorta di mini guida su come scrivere il curriculum, affrontare il colloquio, fare orientamento. Può essere utilizzato come un manuale dove ti prendo per mano e ti porto al tuo primo colloquio.

Perché è così importante sapersi vendere bene?

La parola “vendere” è percepita molto male. Quando lo dico, le persone rispondono «ma io non sono una merce!». Bisogna pensare piuttosto che siamo noi a decidere come raccontarci, e questo fa la differenza. Quindi io potrei riportare le mie esperienze che vanno dal nascere in Umbria al dottorato di ricerca, o i lavori in azienda, la content creation. Oppure posso raccontarmi come quella della signora che ogni tanto “dà di testa”, che adesso è nella crisi di mezza età quindi si è tinta i capelli di blu! Oppure la storia di una persona che ha investito sulle proprie competenze creandosi una professione che ruota attorno alla comunicazione digitale e all’impatto sociale verso le nuove generazioni. Quello che dobbiamo capire è che siamo noi a dare un giudizio alle nostre scelte, e di conseguenza siamo noi anche a comunicare e a comunicarci in un certo modo.

Negli ultimi anni, complice anche il Covid, sono entrati a far parte del nostro vocabolario nuovi termini legati al mondo del lavoro: burnout, smart working, quiet quitting. La pandemia ci ha davvero aiutato ad essere meno lavoro-centrici?

Adesso mi sembra che siamo tornati pressappoco ai livelli di prima, però con una consapevolezza in più: che possiamo anche staccare. Siamo comunque oberati, però prima l’idea di lavorare cinque giorni in ufficio e riempire le giornate era la normalità. Io non potevo stare ferma. La pandemia è stata una pausa che ci ha messo in prospettiva tutto. Io sono diventata per esempio insofferente a delle convinzioni aziendali come stare in ufficio ogni giorno o dover assistere a riunioni su riunioni per decidere qualcosa. Toglierci la routine è stato come togliere un rumore di fondo. Ci siamo ascoltati di più e adesso diciamo che siamo giunti a una nuova consapevolezza. Tante persone si sono chieste: «Cosa è più importante per me?», «A cosa voglio rinunciare?». E hanno fatto delle scelte che li hanno rese meno lavoro-centriche, anche se ovviamente il lavoro è una parte importante della realizzazione personale.

Come vede il futuro delle Risorse Umane? Quali consigli ha per chi sta iniziando la carriera in questo ambito?

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La funzione Risorse Umane è diventata ormai trasversale, un catalizzatore di efficienza dell’azienda, nonché di sviluppo delle persone. Quindi io vedo due direzioni: una dove l’HR diventa una sorta di consulente, data analyst per prendere decisioni di business migliori. L’altra è della People culture, in cui all’interno di un’azienda si crea un “piccolo mondo” con una propria cultura, nella quale le persone si sentano ingaggiate e riconosciute, appartenenti a quella cultura. Adesso si parla non solamente di Diversity equity inclusion (DEI), ma anche di creare un senso di appartenenza. Questa diciamo è la vera sfida, quindi alle persone giovani che si affacciano al mondo HR direi che è un ambito dove le competenze cambiano costantemente.

 

Jessica Vengust

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