La cosiddetta “sindrome dell’impostore” è un fenomeno psicologico che colpisce molte persone, portandole a sentirsi indegne del proprio successo e a temere di essere etichettate come incapaci, nonostante i risultati concreti ottenuti. Lo spiega l’esperta Mariana Cosenza.
Chi ne soffre tende a sminuire i propri successi, attribuendoli alla fortuna o al caso, e vive con la costante paura di non essere all’altezza delle proprie responsabilità. Abbiamo intervistato la life e business coach Mariana Cosenza per capire come sia possibile superare la sindrome dell’impostore. Cosenza aiuta le persone a riconoscere e affrontare l’autosabotaggio, sviluppando una mentalità positiva che consenta di affrontare le sfide quotidiane con maggiore fiducia e consapevolezza.
Quali sono i segnali più comuni che indicano che una persona sta vivendo la sindrome dell’impostore?
Il primo inequivocabile segnale è la sensazione persistente di non essere all’altezza, nonostante ci siano prove oggettive che dimostrano il contrario. Spesso, chi ne soffre attribuisce i propri successi alla fortuna o alla gentilezza degli altri, anziché riconoscere il proprio impegno e le proprie capacità. C’è anche una costante paura di essere “scoperti” o di far emergere un’ipotetica incompetenza, portando a un senso di ansia costante. Il perfezionismo e la procrastinazione sono spesso legati alla sindrome dell’impostore: si teme di non essere abbastanza bravi, quindi si rimanda il lavoro o si cerca di compensare con uno sforzo eccessivo, rischiando di arrivare al burnout. Inoltre, chi soffre di questa sindrome fatica ad accettare elogi o riconoscimenti e tende a sminuire i risultati raggiunti, convincendosi che non siano meritati. Infine, l’auto-sabotaggio si manifesta spesso nell’evitare opportunità di crescita o situazioni nuove, come amicizie, relazioni o viaggi, per paura di fallire.
Come possiamo riconoscerli prima che influenzino troppo la nostra attività lavorativa?
Il primo passo per superare la sindrome dell’impostore è diventare consapevoli dei pensieri che la alimentano. Un modo pratico per farlo è porsi la domanda: «Quali prove ho che questo pensiero sia vero?». Questo trigger mi aiuta a mettere in discussione le convinzioni limitanti.
È anche utile osservare i propri schemi di comportamento: ho la tendenza procrastinare o a lavorare senza sosta? Evito opportunità per paura di non essere all’altezza? Questi sono segnali che possono indicare la presenza della sindrome dell’impostore.
Un’altra strategia importante è parlarne con qualcuno di fidato, meglio se con un/una professionista. La sindrome dell’impostore si nutre del silenzio e dell’isolamento, quindi confrontarsi con gli altri è fondamentale per mettere in prospettiva i propri timori e ricevere supporto. Nei miei percorsi aiuto a riconoscere e affrontare le radici dell’autosabotaggio, a rafforzare l’autostima e a superare le insicurezze che limitano il proprio potenziale. L’obiettivo è costruire una mentalità positiva e resiliente, che consenta di affrontare il lavoro e le relazioni con maggiore serenità e fiducia in sé stessi.
Come possiamo affrontare la paura del fallimento che spesso accompagna la sindrome dell’impostore e quale mindset dovremmo adottare perché diventi un’opportunità di crescita concreta?
La paura del fallimento è alimentata dall’idea che sbagliare significhi non essere all’altezza. Occorre quindi un cambio di prospettiva che porti a vedere il fallimento come un feedback, non come un giudizio sulla propria persona perché ogni errore è un’opportunità per affinare e ampliare le proprie competenze. Un’altra strategia efficace è la tecnica del worst case scenario, che consiste nel chiedersi: «Qual è la peggiore cosa che potrebbe accadere? E cosa farei se succedesse?». Questo mindset aiuta a ridimensionare le paure e a metterle in prospettiva.
È importante anche sostituire la mentalità fissa con una “crescita dinamica” nella quale pensieri come «Non sono capace», vengano sostituiti da «Non sono ancora capace, ma posso imparare». Ricordo anche che celebrare i piccoli passi, i successi ottenuti, aiuta a riconoscere i progressi fatti lungo il percorso. Quando vediamo il fallimento come una tappa del percorso e non come una condanna, la nostra fiducia cresce e con essa il nostro successo. Svelo un piccolo segreto: la paura del fallimento si alimenta con l’immobilità, poiché quello che davvero blocca l’azione è la paura di ciò che non si conosce. Più velocemente si entra in azione più la paura sbiadirà, lasciando spazio a nuove abilità acquisite.
Come possiamo gestire questi pensieri quando lavoriamo in team?
Lavorare in team può amplificare la sindrome dell’impostore, perché il confronto con gli altri e la paura del giudizio spesso la alimentano. Ecco alcuni consigli per gestirla:
- Normalizzare il dialogo sulla sindrome dell’impostore: parlarne apertamente con il team aiuta tutti a sentirsi meno soli. Evita la sindrome del “fiocco di neve unico e speciale”: il fenomeno dell’impostore colpisce circa il 70% della popolazione e non fa molta differenza tra uomini e donne: non sei la solo/a a provare queste sensazioni;
- Evitare il paragone tossico: invece di confrontarti con gli altri, chiediti cosa puoi imparare da loro;
- Accettare i complimenti e i feedback positivi senza minimizzarli. Un buon esercizio è rispondere con un semplice “Grazie” anziché giustificarsi;
- Focalizzarsi sul valore che si porta nel team, riconoscendo le proprie competenze e contributi. Se fai fatica, chiedi ad un amico fidato di dirti quali sono i tuoi punti di forza secondo lui. Avrai una prospettiva nuova e incoraggiante!
Creare un ambiente in cui ci si sente non giudicati ma valorizzati e supportati riduce l’impatto della sindrome dell’impostore e migliora la collaborazione.
Nel contesto delle risorse umane, come può una persona riconoscere se la sindrome dell’impostore stia influenzando negativamente il suo rendimento e le sue relazioni a lavoro?
C’è una premessa importante da fare: ognuno di noi è completamente immerso in se stesso e nei propri schemi di pensiero e comportamento. È quindi estremamente difficile riconoscerli e trasformarli, a meno che non si sia già affrontato un percorso di crescita e si abbia acquisito una grandissima consapevolezza e capacità di auto-osservazione. Affidarsi a un/una coach è una scelta giusta per lavorare sui propri schemi ricorrenti e sui propri autosabotaggi, in particolar modo quelli derivanti dal fenomeno dell’impostore. Ho riscontrato come uno dei segnali più comuni di questa sindrome sia proprio il dubbio costante sulle proprie capacità, anche di fronte a feedback positivi o successi oggettivi. L’effetto di questo autosabotaggio è evidente nella tendenza a non intervenire nelle riunioni o nei brainstorming nonostante si abbiano delle idee o delle soluzioni o a non proporsi per attività sfidanti per cui si potrebbe attirare l’attenzione dei capi e venire giudicati sul proprio operato. Un altro segnale è il perfezionismo esasperato: la sensazione di dover fare tutto alla perfezione per essere “abbastanza”, che porta a sovraccaricarsi, procrastinare o impiegare un tempo eccessivo nelle attività per paura di sbagliare. Questo può sfociare in ansia, stress e persino burnout.

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Quali consigli daresti a manager o responsabili HR per supportare i dipendenti che manifestano segni della sindrome dell’impostore, e come possono creare un ambiente di lavoro che favorisca la fiducia e la crescita professionale?
Chi è in posizioni apicali gioca un ruolo chiave nel creare un ambiente che aiuti i dipendenti a sentirsi più sicuri e valorizzati. Il primo passo è normalizzare la sindrome dell’impostore, spiegando che è un fenomeno comune anche tra professionisti di successo e che non è un segnale di incompetenza. Parlare apertamente di queste dinamiche e condividere esperienze personali può ridurre il senso di isolamento e far emergere il problema senza stigma.
Un altro aspetto fondamentale è fornire feedback costruttivi e bilanciati: chi soffre della sindrome dell’impostore tende a ricordare solo le critiche e a ignorare i complimenti. Per questo, chi è in posizione di leadership dovrebbe dare feedback chiari e specifici, sottolineando non solo cosa migliorare, ma anche i punti di forza della persona, legando i successi a competenze reali e non a fattori esterni. Inoltre, è utile favorire una cultura aziendale basata sull’apprendimento continuo e sul mindset di crescita, anziché sulla sola performance. Se l’errore viene visto come un’opportunità per migliorare e non come un fallimento da evitare, i dipendenti si sentiranno più sicuri nel prendere iniziative e sperimentare nuove soluzioni senza il timore di essere giudicati.
Infine, è importante incoraggiare il mentoring e il supporto tra colleghi. Avere un mentore o un manager che guida e rassicura nei momenti di dubbio può fare la differenza per chi vive momenti di difficoltà. Anche creare momenti di condivisione, in cui le persone possono confrontarsi sulle sfide lavorative senza paura del giudizio, aiuta a costruire un ambiente più sano e inclusivo. Creare un clima di fiducia e valorizzare i talenti all’interno dell’azienda non solo aiuta a ridurre l’insicurezza, ma porta anche a team più motivati, produttivi e soddisfatti.



