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Come migliorare l’employability dei candidati con l’orientamento di carriera

di Veronica Rossetti
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Una maggiore consapevolezza, da parte dei candidati, delle proprie skills e dei ruoli che possono ricoprire migliorerebbe l’employability delle risorse durante il processo di selezione e inserimento nelle aziende.

 

Un recente approfondimento del Sole24ore afferma che più dei tre quarti delle aziende faticano a trovare lavoratori qualificati per le posizioni vacanti. Le aziende ricercano sempre più risorse capaci di auto formarsi, di sviluppare idee innovative e dalle spiccate abilità di problem solving, creatività, resilienza, gestione dello stress.

Occorrono quindi figure professionali che, in sinergia con il reparto delle risorse umane, possano guidare i candidati stessi alla ricerca del giusto impiego, passando per lo sviluppo delle competenze necessarie fino all’onboarding. Per approfondire questa tematica e molte altre relative all’orientamento di carriera, abbiamo intervistato Dario Madeddu, Learning & Development specialist, consulente di carriera, orientatore e autore del libro “Come trovare lavoro in Italia“.

Quanto è importante la sinergia tra orientatore, agenzie per il lavoro e recruiter per aiutare le persone a trovare un’occupazione?

Oggi l’orientatore deve essere immerso nel contesto che vive. Diversamente potrà svolgere solo una piccola parte informativa. Nei percorsi di ricollocamento, transizione dal mondo della Formazione, dell’Istruzione e dell’Università il suo ruolo funge non solo da trait d’union tra la persona in orientamento e l’azienda, ma se fosse necessario, nei casi più complessi, deve saper comunicare direttamente con il recruiter.

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Photo: da Canva / di 89Stocker

Deve verificare che il ruolo disponibile nell’azienda sia adatto e che la posizione possa davvero essere corretta per la persona, poi far acquisire a questa la giusta consapevolezza.

Fare in modo che il candidato o la candidata  non faccia scelte frettolose o errori di comunicazione può agevolare un percorso ed evitare ulteriori delusioni a tutte le parti coinvolte. Un orientatore che collabora con l’azienda potrebbe anche occuparsi di facilitare l’onboarding: è un servizio che i giovani che entrano per la prima volta a lavoro mi richiedono e ho verificato che abbassa il livello di ansia e stress ed evita rotture precoci del rapporto.

Ricollegandoci al libro, com’è possibile trovare lavoro oggi in Italia e quanto può essere decisivo il ruolo dell’orientatore?

È una domanda complessa e necessita di una premessa. In questo momento storico, il mondo del lavoro italiano è in crisi: non cresce e i salari stanno perdendo potere di acquisto. Lo stesso sistema dei contratti collettivi andrebbe rivisto. Per citare un esempio, in caso di esternalizzazione di un servizio, i contratti gestiti dalle cooperative consentono salari più che dimezzati rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo del settore. Così l’attuale sistema economico e l’attuale mondo del lavoro divengono molto complessi da comprendere.

Soprattutto per i giovani che hanno difficoltà a entrare a lavoro e, anche una volta dentro, spesso rimandano scelte o sono costretti a fare rinunce. Per un trentenne è difficile raggiungere l’autonomia. Capita che sia costretto a continuare a condividere per parecchio tempo la stanza o l’appartamento per poter far fronte alle spese troppo alte rispetto ai salari in ingresso.

Quando un giovane si trova calato all’improvviso in una realtà simile che speranze e aspettative può farsi?

Oggi dobbiamo tener conto di questa crisi nel momento in cui vogliamo cercare e trovare lavoro o crescere professionalmente. È proprio per questi motivi che la figura dell’orientatore gioca un ruolo cruciale per favorire scelte consapevoli da parte dei lavoratori. La stessa figura dell’orientatore oggi sta avendo un’evoluzione importante. Cresce la complessità delle transizioni e cresce la complessità delle conoscenze e delle competenze che deve possedere.

Ritengo che oggi sia necessaria una specializzazione forte nell’orientamento. Sarebbe necessario normare la figura dell’orientatore e allo stesso tempo prevederne specializzazioni. Chi fa orientamento ai giovani nelle Università non è detto che possa e sia in grado di farlo anche a chi entra nel mondo del lavoro, o a chi vuole crescere nella propria carriera lavorativa. Un conto è aver presente l’intero panorama dell’Istruzione e della Formazione in uno specifico territorio e in Italia, un altro è conoscere le evoluzioni del mercato e del mondo del lavoro.

Altri consigli per chi vuole intraprendere la sua professione?

La conoscenza del territorio di riferimento è una questione nodale per l’orientatore. Io svolgo orientamento anche per gli svantaggiati, ai detenuti in carcere o a quelli che sono inseriti in percorsi di pena alternativa. Se dovessi svolgere quel tipo di orientamento specialistico in un territorio differente da quello in cui oggi lo faccio, avrei molte difficoltà iniziali: senza una conoscenza forte delle aziende e dei servizi presenti sul territorio e senza avere il contatto diretto con i referenti dei servizi e delle aziende, spesso l’inserimento lavorativo diventa impossibile.

In ogni caso, ritengo che se l’orientamento lungo tutto l’arco della vita sia stato posto già da anni dall’Unione Europea (UE) come priorità per tutti i Paesi membri, è perché è fondamentale per ciascun cittadino questa disciplina. Senza orientamento, in alcuni casi, è complesso, se non quasi impossibile, superare con successo e in breve tempo una transizione e trovare lavoro.

Per l’UE, l’orientamento è come una “pietra d’inciampo”, dovrebbe essere sempre disponibile e svolto da professionisti formati, specializzati e aggiornati, così che, qualsiasi sia la nostra età o il problema orientativo che affrontiamo, possiamo avere il corretto supporto. E in Italia siamo ancora lontani da una prospettiva simile.

Come cambiare, allora, settore professionale, dopo aver accumulato esperienza in altri campi?

Partiamo dal fatto che questo tipo di problema sarà sempre più diffuso. Alcuni studi ci dicono che un giovane che entra oggi nel mondo del lavoro, prima di arrivare alla pensione potrebbe arrivare a cambiare fino a 17 lavori. Va da sé che in 17 cambi possibili, i salti da una mansione a un’altra e da un settore a un altro saranno frequenti. Per affrontare transizioni simili c’è un concetto che io insegno sempre nei miei percorsi di orientamento di gruppo e che provo ora a sintetizzare.

Proseguo con un dato di fatto: la stessa mansione, in settori differenti, richiede conoscenze e competenze diverse. Ed è anche vero che se noi svolgiamo la stessa mansione, nello stesso settore, ma in aziende differenti, saremo chiamati a svolgere un lavoro un po’ diverso. Quindi, per facilitare il lavoro di comprensione e consapevolezza, io sostengo che lavoro e professione sono due cose differenti.

Che differenza c’è tra lavoro e professione?

La professione è formata dalle nostre competenze sommate alle nostre esperienze. Il lavoro, invece, è solo una delle possibili applicazioni della nostra professione (formata da competenze ed esperienza) all’interno di un contesto aziendale. Perciò, più competenze acquisiamo e più esperienze facciamo, più possibili lavori conterrà la nostra professione e più lavori potremmo svolgere. Qui, però, entra in gioco il ruolo dell’orientatore nel far acquisire consapevolezza.

Proprio perché se noi non vediamo possibile un cambio di settore o una crescita è perché ci manca la visione più globale che un orientatore riesce a farci avere. La persona in orientamento di fronte alla possibilità di un cambio di settore deve prima di tutto riuscire ad avere un locus of control interno, diversamente potrebbe trovarsi a fare profezie che si auto-avverano. Come: “Non ho esperienza in quel settore e non potrò mai lavorarci”.

Oppure potrebbe ragionare sui sunk costs (i costi non recuperabili, ossia quei costi che, una volta sostenuti, non possono più essere ricoperti in qualche modo) e ritenere che se cambia settore vanificherà i sacrifici che ha fatto fino ad oggi. Ciò può portare la persona a prendere una decisione sulla base dei costi già affrontati, e cioè sulla base di qualcosa che è accaduto in passato e non sulla base dei vantaggi che otterrebbe in futuro. In modo errato, potrebbe anche valutare il cambio di settore solo in base alla “desiderabilità sociale” di quello da cui proviene e di quello in cui approderebbe.

Quindi? come muoversi?

Affrontare un cambio di settore è sempre possibile: l’importante è concentrarsi sulle proprie competenze tecnico-professionali e trasversali e lavorare con un orientatore, così da verificare se davvero si possiedono tutte le competenze e conoscenze necessarie per affrontare il cambio o se, in caso contrario, magari sia sufficiente solo un piccolo reskilling per affrontarlo con più consapevolezza e sicurezza.

Nel primo caso l’orientatore potrà aiutarci nella redazione di un CV e di una lettera di presentazione dove sia chiaro che le competenze e l’esperienza maturata sono congrue anche per il nuovo settore. Nel secondo l’orientatore potrà renderci consapevoli delle carenze e indirizzarci verso un percorso formativo. orientatore

Come fare ad entrare nel mondo del lavoro senza esperienza?

Il percorso che consiglio è quello del tirocinio, ma se è possibile farlo, scegliamo noi l’azienda e la mansione che vorremmo apprendere e proponiamoci. Può capitare, infatti, che gli annunci mostrino già che l’azienda sta solo cercando qualcuno per coprire un ruolo senza dover impiegare troppe risorse e l’inesperienza potrebbe farci scegliere in modo errato. Ai giovani consiglio di “studiare” le aziende, verificare quelle più vicine al loro modo di vivere, produrre o acquistare.

Le aziende, infatti, nelle loro pagine social e web ci dicono tanto e imparare a leggere tra le righe di ciò che comunicano può già raccontarci tanto dell’ambiente lavorativo e delle possibili opportunità. Un giovane si deve chiedere: «È proprio lì che voglio lavorare?». Ma a questa domanda, con l’aiuto dell’orientatore, deve anche imparare a darsi una risposta.

 

Veronica Rossetti

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