Il founder di Abile Job, agenzia per il lavoro e di consulenza in ambito Diversity Equity and Inclusion nata nel 2016 a Torino, opera quotidianamente con questa convinzione: ogni persona, se inserita in una posizione ed in un contesto ad essa adeguato, riesce ad esprimere al meglio il proprio valore professionale e personale.
«Crediamo nell’unicità delle persone e adottiamo un approccio professionale che punta a migliorare il dialogo tra candidati ed imprese, con l’aiuto delle istituzioni e delle associazioni, agevolando così l’inclusione e riducendo i costi sociali», è il messaggio che si legge nella homepage del sito di Abile Job, agenzia per il lavoro con sede nel capoluogo piemontese. Il suo founder Renzo Marcato in questa intervista evidenzia la necessità di un punto di incontro innovativo tra le aziende e i lavoratori del collocamento mirato (Legge 68/99).
Come e perché è nata Abile Job e qual è la vostra mission?
Abile Job nasce dalla mia lunga esperienza nello stabilimento di L’Oréal di Settimo Torinese, durata quasi 29 anni. Ho iniziato come operaio chimico per poi passare a diversi settori della produzione, nei quali ho avuto modo di seguire le prime certificazioni ISO. Successivamente sono stato assegnato alla divisione sicurezza, igiene e ambiente dello stabilimento, ricoprendo il ruolo particolare di animatore SHE (Securité Hygiéne Environnement) che mi ha permesso di entrare in contatto con tutto il personale dell’azienda. Gli ultimi 10 anni di attività in L’Oréal mi hanno consentito di svolgere diverse mansioni nell’area HR, anche in qualità di responsabile dell’ufficio del personale. Questa importante esperienza mi ha aiutato a diventare ciò che sono e a svolgere il mio lavoro con determinazione e passione: oggi il mio impegno è di accompagnare le persone al cambiamento, aprendo nuove prospettive di inclusione, creando connessioni di valore, per le persone con disabilità e le imprese. È un obiettivo ambizioso e faticoso, tenendo presente che il tema dell’inclusione è in piena evoluzione.
Qual è l’aspetto più impegnativo del suo lavoro?
L’aspetto più impegnativo del mio lavoro è far comprendere il valore dell’inclusione, che coinvolge tutti, con i nostri limiti e le nostre fragilità, soprattutto dal lato aziendale. A questo proposito, mi preme ricordare come in L’Oréal, grazie allo stimolo di un collega, coinvolto in prima persona nell’ambito delle neurodivergenze, e in particolare sul fronte dell’autismo, siano stati avviati dei progetti di inclusione in azienda, generando un percorso di crescita culturale di tutto il personale. Progetti che hanno rivestito caratteristiche quasi pionieristiche, per quanto riguarda l’inserimento lavorativo nel settore produttivo. In quel frangente è stato possibile costruire una progettualità curata e coinvolgente, informando e sensibilizzando al tema dell’inclusione tutto il personale dell’azienda e, in collaborazione con le associazioni specifiche, identificando le attività che potessero essere svolte dalle persone con disturbo dello spettro autistico. L’esperienza sul campo diventa fondamentale per andare oltre lo stigma e vedere le persone in quanto tali, sganciandosi dallo stereotipo della disabilità. Sono seguiti altri progetti di natura sociale, che hanno riguardato persone con fragilità e, ad un certo punto, mi sono chiesto se potessi fare qualcosa di più per colmare la distanza tra le aziende e le persone con disabilità.
E che risposta si è dato?
La mia risposta è scaturita nella decisione di lasciare L’Oréal e fondare, nel dicembre 2016, Abile job: un’agenzia per il lavoro, ma non solo, dedicata esclusivamente al collocamento mirato (L.68/99), che avesse un approccio fondato sulla cura, l’attenzione, il rispetto e che si desse come missione il superamento dei pregiudizi e degli stereotipi che ostacolano l’incontro tra il mondo imprenditoriale e la disabilità.
In che modo Abile Job gestisce l’incontro tra domanda e offerta?
Cerchiamo, da un lato, di proporre alle aziende persone motivate, che abbiano le competenze per rivestire un reale valore aggiunto, e, dall’altro lato, di verificare quanto sia inclusivo l’ambiente di lavoro proponendo, nel caso, soluzioni che possano essere utili nel creare un contesto aperto ai temi della sensibilità e dell’inclusione. Nel confrontarmi con le aziende e le persone che si affidano ai nostri servizi, mi è molto utile avere svolto un percorso come mediatore dei conflitti, corsi di coaching e job coaching, un master sulla valutazione del personale, che mi hanno consentito di affinare sensibilità e ascolto.

Un tassello fondamentale è l’incontro con le persone, per comprendere e identificare le loro skill e realizzare dei match professionali che rispecchino le aspettative della persone e delle aziende. Applicare una “cura sartoriale” per massimizzare le passioni, i talenti, avvalendosi anche di una rete capillare e strutturata a livello nazionale, che ci differenzia e ci distingue dalle agenzie per il lavoro “tradizionali”. Collaboriamo anche con enti formativi accreditati, co-progettando corsi di formazione che consentano alle persone di effettuare dei percorsi finalizzati all’inserimento lavorativo.
Oltre all’attività principale di incontro tra lavoratori e aziende, ci sono altri progetti o iniziative che portate avanti per favorire l’inclusione lavorativa?
Promuoviamo progetti che non esito a definire straordinari, come, per esempio, “I FormidAbili”, nato a giugno 2020, in piena pandemia, realizzato tramite la società Benefit e B-Corp (RI)GENERIAMO, rivolto al mondo della grande distribuzione organizzata (GDO), con il coinvolgimento di tutti i punti vendita di Leroy Merlin Italia. Il percorso ha due caratteristiche chiave: è sostenibile ed è replicabile. Si è sviluppato iniziando con edizioni di informazione e formazione rivolte ai comitati di direzione dei negozi, che a loro volta si sono fatti promotori del progetto con i propri collaboratori, alcuni dei quali si sono proposti come tutor volontari.
I tutor volontari sono stati formati sulle best practices da adottare per l’inserimento in tirocinio di persone autistiche o con la Sindrome di Down, che è stato il target di riferimento. Ad oggi sono state formate circa 900 persone di Leroy Merlin Italia e più di 120 persone hanno avuto la possibilità di iniziare un percorso di inserimento lavorativo, altre hanno terminato il tirocinio, altre ancora hanno proseguito con dei contratti di lavoro. Il progetto ha coinvolto numerose associazioni di respiro territoriale e nazionale, creando una sinergia genuina con l’impresa e apprezzata a tutti i livelli. In questi anni è stata anche svolta un’analisi dell’impatto sociale, che ha dato degli ottimi riscontri e che ci sprona a continuare in questo impegno.
Collaborate anche con le scuole?
Sì, ad esempio con l’Università Europea di Roma, dove siamo coinvolti in un corso sui temi di Diversity e Disability Management e, da quest’anno siamo nel Comitato Scientifico di un Master organizzato dalla Scuola di Amministrazione Aziendale (SAA) di Torino, sulle stesse tematiche, volto a formare persone come Disability Manager. Inoltre, siamo coinvolti in tavoli specifici sui temi dell’inclusione (Compagnia di San Paolo, Unione Industriali, ecc.). Cerchiamo sistematicamente di allargare la “rete”, quella sana, per avere sempre maggiori opportunità da offrire alle persone.

Per la sua esperienza, le aziende italiane sono davvero consapevoli dell’importanza di promuovere una reale inclusività lavorativa?
Partendo dalla mia esperienza personale posso dire che, fino a quando sei in azienda e sei dentro le dinamiche aziendali, ti sembra un microcosmo. Nel momento in cui sono uscito ho percepito altre caratteristiche di questo mondo, vivendole in maniera più distaccata e comprendo la difficoltà di cogliere la necessità e l’urgenza di occuparsi di tematiche sociali e ambientali che poi sono alcuni dei temi trend topic di questo tempo e che indubbiamente caratterizzeranno la nostra epoca. Come Abile Job, cerchiamo di portare in aula la percezione della necessità di avere una responsabilità sociale che sia soprattutto individuale perché tutti siamo responsabili e coinvolti e sono tematiche in cui “delegare” non è utile. Sempre più aziende iniziano a capire, il trend è positivo, per quella che è la nostra percezione.
Quali sono le principali sfide che le imprese affrontano nell’attuare politiche inclusive?
Dobbiamo lavorare ancora tanto sui pregiudizi, che impattano diversamente da caso a caso e che sono dovuti a una molteplicità di fattori. Spesso, nell’attuare delle politiche inclusive, si è ancora vincolati all’iniziativa personale, non ci sono iniziative strutturate diffuse, anche se le persone hanno una sensibilità diversa rispetto ad un passato recente. Dal mio punto di vista, la sfida principale è inserire le persone con disabilità, con i giusti tempi e con le modalità più opportune, cercando di non farsi condizionare dai parametri della produttività. Se si lavora bene, con qualità e considerando le persone un valore, ci sarà anche un ritorno economico. La sfida per il prossimo futuro è formare manager più attenti e consapevoli dell’impatto positivo, del beneficio, che l’investimento sull’inclusione e la diversità può generare per ognuno di noi.

